Sorprese, conferme, interrogativi

Va in archivio dunque la prima Final Six della storia della LEN Champions League. Va in archivio con un vincitore inedito e di certo non in testa ai pronostici, con diverse sorprese (soprattutto in negativo) e qualche considerazione da fare.

CNA Barceloneta Per prima cosa, noblesse oblige, il giusto tributo ai vincitori. Il Barceloneta ha visto premiare i suoi sforzi organizzativi col risultato sportivo (degli altri risultati parleremo più avanti) e ha messo in bacheca il suo primo titolo di Campione d’Europa. Lo ha fatto battendo due delle pretendenti più accreditate al trono, giocando una pallanuoto aggressiva ma che non rinuncia alla costruzione, e mettendo in mostra un collettivo estremamente solido. Aver giocato tutto il girone preliminare senza l’assillo del risultato a tutti i costi ha permesso ai catalani di giocare sempre a viso aperto e studiare per bene gli avversari. Ad esempio il Primorje, che avendo affrontato due volte i gialloblu avrebbe dovuto capire come andavano affrontati, e invece si è fatto intrappolare nella rete costruita da Chus Martin. E lo stesso Radnički, che ad un  certo punto pareva pronto al filotto di vittorie, non ha saputo sfruttare l’uno-due con cui Boris Zloković aveva aperto le danze della finalissima. Troppo lente le due slave, vincenti nelle individualità ma sconfitte senza replica quando si è trattato di giocare da squadra. La via da seguire la aveva mostrata, ironia della sorte, la Pro Recco in una delle poche partite giocate da par suo quest’anno: velocità e imprevedibilità le avevano consentito di rifilare a marzo un netto 11-6 a Perrone e compagni. Peccato che alla Picornell nessuno abbia colto il suggerimento. Così come è un peccato che la disastrosa situazione finanziaria del club porterà il Partizan a privarsi dei suoi gioielli: i ragazzini terribili di Vujasinović hanno impressionato tutti per le loro doti tecniche, e l’unica consolazione risiede nell’inesauribile vivaio della società bianconera, che a Barcellona ha vinto il torneo parallelo riservato alle formazioni giovanili (con spese di trasferta interamente a carico dei genitori degli atleti, che non si sono certo tirati indietro).

Se possiamo trovare un tratto distintivo di queste finali è proprio nella generale assenza di singoli episodi determinanti: ogni squadra ha raggiunto  la posizione di classifica che le sue prestazioni e non altro le hanno assegnato, e le recriminazioni possono assumere solo la forma del mea culpa. Soprattutto se parliamo della Pro Recco, che merita il poco ambito premio “A letto senza cena” per come ha affrontato la partita contro il Partizan (e pure quella col Brescia, giocata peraltro in una situazione psicologica evidentemente compromessa dalla débâcle del giovedì). Il sesto posto finale rappresenta il peggior piazzamento mai oFinal Sixttenuto dai recchelini in una fase finale dove mai avevano perso tutti gli incontri disputati, e un sonoro schiaffone alle mai nascoste ambizioni societarie. E se Riccardo Tempestini non fosse il signore che è ci sarebbe da immaginarlo a ridacchiare pensando alle parole usate a gennaio per  licenziarlo. Certo, sembra assurdo parlare di fallimento in una stagione che ha visto entrare in bacheca la Coppa Italia e il nono scudetto consecutivo. Ma l’attenzione era tutta rivolta all’Europa, e l’Europa le ha chiuso senza tanti complimenti la porta in faccia.  Ora si tratta di ricostruire, cercando di non ripetere scelte che alla prova dei fatti si sono rivelate errori. Chi non ha bisogno di ricostruire, ma solo di consolidare, è il Brescia. La squadra ha buone basi, avrebbe bisogno di un’esperienza europea più corposa di quella vissuta in un girone preliminare obiettivamente non irresistibile e di crescere sotto l’aspetto della tenuta mentale: troppe volte in questa stagione ha avuto difficoltà a reagire se messa alle corde dall’avversario. Altri due anni di wild card a disposizione possono permettere a Bovo di lavorare senza troppi rischi e limare i difetti di un gruppo che con qualche inserimento mirato può durare per parecchi anni.

Qualche parola infine va detta su quanto si è visto attorno alla vasca. Se alla vigilia della manifestazione avevo apertamente lodato la macchina organizzativa messa in moto dal Barceloneta, ora non si può non osservare come la montagna abbia partorito il topolino. La presenza di pubblico è stata ben al di sotto delle attese, soprattutto per quanto riguarda i tifosi locali: i catalani hanno snobbato l’evento limitando la loro presenza, esigua in rapporto alle dimensioni della città, alle partite che vedevano impegnati i loro beniamini. Addirittura per la finale le tribune sono state popolate dai ragazzi del settore giovanile del CNAB (quella non FInal Six inquadrata dalle telecamere presentava larghi spazi vuoti), e al fischio finale gli spalti si sono svuotati come se avessero perso: alla premiazione ha assistito meno di un terzo di chi era presente alla partita. Gli altri incontri hanno subito il deprimente “effetto Kirishi”, che chi ricorda la Final Four della Coppa dei Campioni femminile del 2012 conosce bene: tribune desolatamente vuote, presenti solo i supporters delle squadre impegnate in vasca. Fra gli ospiti, solo il Primorje ha avuto un seguito degno di nota; le altre quattro tifoserie non superavano le cinquanta unità ciascuna, con numeri addirittura tendenti allo zero per il Radnički. Sembrano lontani i tempi delle migrazioni di massa di qualche anno fa, e questo può essere parzialmente spiegato dalla logistica e dalla formula che costringe chi intende seguire l’intera manifestazione a stare quattro-cinque giorni lontano da casa (e contemporaneamente toglie dal potenziale pubblico della prima giornata i seguaci delle due squadre già qualificate per le semifinali). Ma se a Roma il pubblico neutrale era accorso in massa al Foro Italico e a Oradea la ridotta capacità dell’impianto aveva attutito il non certo numeroso afflusso, a Barcellona si è ripetuto quanto già visto ai Mondiali dello scorso anno, quando gli incontri che non vedevano impegnata la Spagna si giocavano nel deserto. Di certo non è un buon viatico per il bis del prossimo anno (a proposito, segnatevi le date: 28-29-30 maggio 2015), ed è qualcosa su cui gli organizzatori locali e la LEN dovranno riflettere se credono davvero in questa manifestazione.

Foto: bcnwaterpolofinalsix.com

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