Eugenio Finardi, Tour Elettrico – Genova 8 aprile

Andare ad un concerto con in testa una scaletta ideale è abbastanza comune. Con certi artisti è pure facile indovinare, ma se la scelta è su 35 anni di carriera spesso i sogni restano tali. Eppure venerdì sera non avrei proprio potuto chiedere di meglio* al cantautore che più ha segnato i miei 14-15 anni. Eugenio Finardi ha avuto tante fasi nella sua carriera, dalla fusion al blues, dal rock al fado, dalla canzone politica a delicate storie d’amore, e mantiene un suo zoccolo duro di fans magari non proprio giovanissimi ma di certo molto affezionati e “in sintonia” col cantautore milanese. Che, alla vigilia dei sessant’anni, riscopre il gusto di un suono molto elettrico e privo di fronzoli, di arrangiamenti meno elaborati e più diretti, di musicisti giovani e grintosi: ecco come nasce il Tour Elettrico 2011, che è pensato per i club ma a Genova va in scena in una location tanto bella e affascinante quanto poco adatta: il legno e le poltrone rosse dell’Auditorium del Porto Antico, ambiente comodo e dall’ottima acustica ma poco “rock” e un po’ freddina. Soprattutto, un posto in cui non ti aspetteresti mai che l’intro elettronica di “Trappole” venga spazzata via da un muro di chitarre tale da far pensare a più di uno che Eugenio deve aver ascoltato parecchio gli Ac/Dc ultimamente. I primi cinque album sono la maggior fonte di materiale per la serata: il secondo brano è nientemeno che “Se Solo Avessi”, opener del primo LP “Non Gettate Alcun Oggetto Dai Finestrini” targato 1975.

“Dolce Italia” suonata così sembra un’altra canzone, è assolutamente affascinante (e lo dice uno che non l’ha mai apprezzata fino in fondo), mentre i temi di “Soweto” sono persino più crudi e reali così che nell’originale col kalashnikov campionato. Ma quasi ogni brano riserva sorprese, anche una piccola gemma come “Le Ragazze di Osaka” riesce a guadagnarne. Un po’ di reggae con “Valeria Come Stai?”, in versione mix italo-inglese (nella lingua materna si intitolava “Corinna” e comparve su “Secret Streets”), un salto nell’elettroblues di “Mojo Philtre” e poi un momento acustico che fonde “La Canzone dell’Acqua”, “Non Diventare Grande Mai”, “Non E’ Nel Cuore”, “Patrizia” (con la solita lacrima e il solito nodo che mi impedisce di cantarla), “Oggi Ho Imparato A Volare”. La scena è essenziale, solo strumenti e amplificatori, persino le luci sono limitate ad una decina di fari fissi: nessun artificio scenico è necessario per valorizzare i brani più di quanto non faccia la band sul palco. E la magia acustica viene spazzata via da un brano che, come lui stesso nota, è stato scritto 30 anni fa ma pare una instant-song dedicata ai lelemora e ai fabrizicorona che ci ammorbano l’esistenza: F104 si abbatte sul pubblico con una potenza che nemmeno l’aereo omonimo, e “Mayday” segue a ruota. “Finardi”, del 1981, è un disco controverso, momento di passaggio fra le barricate e la riflessione, c’è chi lo considera un capolavoro e chi un passaggio a vuoto, fatto sta che la scaletta della serata pesca a piene mani fra le tracce di quell’album; io faccio parte di chi lo considera un capolavoro, per inciso. Di qualche anno prima, invece, è la strumentale “Quasar”, testimonianza delle collaborazioni con gli Area che diedero vita a “Diesel” e perfetta vetrina per i cinque musicisti, a partire dai chitarristi Paolo Zanetti (Custodie Cautelari) e Giovanni Maggiore. Eugenio torna sul palco e si concede una divagazione tex-mex con “Estrellita”, poi spiega che ci sono brani che vengono scritti in momenti storici particolari, e riprenderli tanti anni dopo è un omaggio, con più di un rimpianto, alle energie e agli ideali di una generazione dissolta nel nulla: il brano è “Giai Phong”, dedicata alla liberazione di Saigon.

A chiudere il set regolare arrivano “La Radio” e l’immancabile “Extraterrestre” (averla cantata migliaia di volte non lo esime dallo sbagliare una strofa con risata generale); un paio di minuti di attesa con un applauso che non si placa e poi è Musica Ribelle, attuale come non mai. Ma il meglio arriva dopo, con lo scarno riff di “Saluteremo Il Signor Padrone”, l’ultima delle sorprese della serata. Altra uscita dal palco e infine, a chiudere la serata, il solito omaggio hendrixiano di “Hey Joe”. Esco ripetendomi che se non esce un live di questo tour è un delitto, e a quanto pare non sono l’unico a pensarla così. Anzi, peccato che ormai il tour sia finito, un’altra data la avrei vista molto molto volentieri.

*= in realtà alla mia scaletta ideale mancherebbe “Scimmia”, ma visto che già da più di venticinque anni non la esegue dal vivo per sua precisa scelta mi metto il cuore in pace….

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