Scene da un compleanno pt.2 – Swissblitz

Da piccoli, chi più chi meno, i maschietti sono attratti dai treni. Soprattutto se vivono nelle vicinanze di una linea ferroviaria. Ne conosco uno che a 3-4 anni costringeva genitori e parenti vari a portarlo alla stazione per vedere transitare convogli di ogni genere. Poi crescendo c’è chi se li dimentica, chi è abbastanza fortunato da avere spazio, costanza e soprattutto soldi sufficienti per darsi al modellismo, e chi come quel bimbo che conosco io che di treni e stazioni farebbe la sua dimora. E a quel bimbo ci sono voluti 43 anni per scoprire che il compleanno si poteva festeggiare in maniera ferroviaria, se mi si passa il termine.

L’idea viene a febbraio di quest’anno, leggendo su un forum specializzato il resoconto di un iscritto che sfrutta una fantomatica “Carta Compleanno” per passare una giornata a zonzo sul maggior numero di treni possibile in Svizzera. Ohibò, lo voglio anch’io! Prendo l’idea e la metto nel cassetto delle cose da fare, con su un bollino rosso a decretarne l’importanza. Chi mi conosce sa che i miei compleanni talvolta diventano degli happening, tra feste a sorpresa e regali fai da te, e immaginerà quindi come l’idea di festeggiare in una maniera decisamente poco convenzionale abbia fatto accendere non una lampadina, ma un intero presepe nella mia testolina rimuginante. Ai primi di agosto comincio a dare una forma all’itinerario: so già che non potrò fare come il mio ispiratore e pernottare vicino al confine per sfruttare a fondo la giornata, ed ecco che la prima idea (valico del Lötschberg-Berna-Lucerna) svanisce prima ancora di prendere forma compiuta. Il sogno proibito del Bernina è fuori discussione per lo stesso motivo, Zurigo e Basilea le ho già viste, Ginevra è troppo francese per i miei gusti…ma non si parlava di treni qui? C’è un percorso che risponde a tutte le mie esigenze: la Matterhorn Gotthard Bahn. Ovvero, la linea ferroviaria a scartamento ridotto resa celebre dal suo treno di punta, il Glacier Express che in 7 ore e mezza collega St. Moritz a Zermatt su speciali carrozze panoramiche attraverso ogni genere di meraviglia naturale e ingegneristica. L’intero percorso non è ovviamente praticabile, ma la sua porzione centrale sì, e per giunta senza essere costretti all’affollatissimo (e sigillatissimo) Espresso dei Ghiacciai. Mumble mumble…..tipo se arrivo a Briga…regionale per Andermatt…e poi? Discesa su Göschenen e poi Bellinzona, che visiterei volentieri…affare fatto!

Martedì 28 settembre. Gli ultimi due giorni sono stati un ripensamento continuo a come gestire al meglio l’itinerario, la soluzione migliore è stato aprire un foglio elettronico, buttare giù una tabella con tutte le coincidenze e le possibili alternative e copiarla sul telefono per averla sempre a portata di mano. Nello zaino rosso che non usavo da tempo trovano posto poche cose: la Nikon, l’ombrello che non si sa mai, blocco note, penna, alimentatore per il Galaxy, passaporto e preziosissima cartellina con tutti i biglietti. Anche l’abbigliamento mi ha dato da pensare, dato che i bollettini meteo prospettavano una forbice dai 16° della pianura ai 6° dei 1435 metri di Andermatt; alla fine jeans, camicia tecnica, felpa e piumino senza maniche dovrebbero essere sufficienti.
L’importanza degli eventi di solito si valuta dal risveglio. Questo è sicuramente importante, dato che con la sveglia puntata alle 4 apro gli occhi da solo alle 3 e mezza e nemmeno prendo in considerazione l’idea di restare ancora un po’ a letto. Doccia, barba, una specie di colazione, un ultimo controllo telematico a meteo e situazione dell’esercizio ferroviario nella Confederazione, alle 4,45 affronto la salita verso la stazione.

Prima tappa – R2178 Recco 5.04 – Milano Centrale 7.40
Non è la prima volta che prendo questo treno, che assomiglia più ad un circolo privato che ad un regionale. Le facce sono sempre le stesse, quelle di quella parte di Italia che per prima inizia a lavorare e cerca di strappare qualche ulteriore minuto di sonno alla propria impietosa giornata. Man mano che si sale verso la pianura la fauna cambia, ad Arquata cominciano ad apparire i primi studenti, Tortona Voghera e Pavia sono l’assalto dei pendolari verso il capoluogo lombardo. L’alba tarda ad arrivare, un po’ per l’ora legale, un po’ per la fitta nuvolaglia che nasconde l’azzurro, e quando il cielo è finalmente chiaro il treno fa il suo defilato e sferragliante ingresso sulle deviate a 30 km/h della Stazione Centrale. Binario 19, in perfetto orario.

Seconda tappa – EC32 Milano Centrale 8.25 – Domodossola 9.43

Il tempo per un supplemento di colazione c’è. Anche per un furto, visto che per un cappuccino lo scalcinato bar davanti al tabellone chiede 1 euro e 60, prezzo inversamente proporzionale alla qualità del prodotto e soprattutto del servizio. Evito di rimpiangere i sorrisi di Claudio e Barbara e il cappuccino personalizzato che mi preparano ogni mattina vedendomi entrare al bar senza che neppure glielo chieda e mi dirigo verso il binario 3, dove mi attende il Papero (ETR610) in livrea SBB. Il mio programma originale prevedeva un regionale fino a Domodossola, ma la coincidenza stretta con questo stesso treno e i lavori in corso sulla linea del Sempione mi hanno convinto all’ultimo momento a scegliere l’Eurocity per Ginevra. Rimpiango solo per un attimo la scelta osservando una biondina terribilmente carina seduta sul regionale che avrei dovuto prendere, in partenza dal binario a fianco, poi mi consolo con la scarsa frequentazione della mia carrozza e di una provvidenziale presa di corrente alla quale collegare l’alimentatore di quel divoratore di batterie che porto alla cintura. Per essere un treno moderno fa un po’ troppo rumore, ma non è il caso di essere pignoli; in fondo i sedili sono comodi, i finestrini abbastanza ampi rispetto alla media degli ETR, e soprattutto si viaggia in orario. Anzi, secondo Viaggiatreno pure con qualche minuto di anticipo. I tristi capannoni brianzoli lasciano spazio alle villette del Lago Maggiore e alle montagne che si inghiottono la ferrovia, un po’ come l’edera inghiotte letteralmente i marciapiedi di alcune piccole stazioni evidentemente poco o nulla frequentate. L’annuncio in quattro lingue suggerisce che è ora di alzarsi e cambiare posto.

Terza tappa – EC32 Domodossola 9.48 – Brig 10.16
In realtà non cambio treno, ma dal punto di vista normativo sì. A Domodossola inizia la validità della mia Carta Compleanno, e avendo scelto la prima classe devo pure cambiare carrozza. Scendo e risalgo per fare prima, curiosamente trovo più affollata la prima classe della seconda e in mezzo a cravatte e laptop accesi il mio aspetto da escursionista stona piacevolmente. Il controllore passa a treno appena partito e inaugura non solo le acrobazie necessarie per leggere il QR Code del mio biglietto in formato A4, ma anche la piacevole consuetudine di farmi gli auguri non appena letto “Happy Birthday Ticket”. Dagli annunci di bordo invece scompare la lingua italiana, visto che si entra in Svizzera Tedesca e lì pare non sia usanza. Il tempo di ricevere la telefonata di auguri della mamma, ovviamente mezz’ora dopo l’orario che le avevo raccomandato come limite, e la montagna ci inghiotte definitivamente: galleria del Sempione, il primo dei grandi tunnel di oggi, alla sua inaugurazione era il più lungo del mondo. 19 chilometri da Iselle di Trasquera, dove ancora oggi si caricano le auto su appositi convogli per evitare i 2000 metri del Passo, fino a Briga.

Quarta tappa – R538 Brig Bahnhofplatz 11.23 – Andermatt 13.20
Il sole non ci ha seguito oltreconfine, nel Vallese il cielo è nuvoloso e la temperatura non proprio estiva. Per la mia prima tappa cittadina speravo in qualcosa di meglio, ma ci si accontenta. Il tempo di fare una foto al mio treno che riparte verso Ginevra e scendo a piano strada per la prima curiosità della giornata: la Bahnhofplatz. Che non è solo Piazza della Stazione, ma pure Stazione in Piazza: la linea della MGB è separata da quella che mi ha portato fin lì e ha la sua fermata proprio nel mezzo della piazza, come se fosse un tram e non un treno. Da noi la avrebbero già fatta sparire, ma qui la ferrovia è anche un cultura, per alcuni anche un debito di riconoscenza. Nonostante una decina di minuti di ritardo accumulati a causa dei lavori subito prima del tunnel mi avanza quasi un’ora da trascorrere a spasso per una quieta cittadina di frontiera che deve davvero essere grata alla ferrovia (anzi, alle ferrovie) per il suo sviluppo. Poca gente in giro, una tranquillità rotta solo dal continuo rombo che intuisco essere opera di aerei militari, visto che l’aeroporto civile più vicino è un po’ troppo distante per esserne responsabile. Faccio due conti con l’orologio e col mio piano di viaggio, e realizzo che sarà meglio che provveda all’acquisto di generi alimentari, a meno di non voler digiunare fino all’arrivo a Bellinzona. Il bistrò della stazione capita a fagiolo, e attraversando l’atrio acchiappo al volo un depliant della MGB e un orario della linea (cosa che avrà delle conseguenze più avanti).
Il fulcro del movimento in questa mattinata di fine settembre sembra essere proprio la piazza della stazione, ove comitive organizzate (immancabili i giapponesi) attendono il Glacier Express. Pure io lo attendo, ma solo per fotografarlo, e vederlo arrivare mi convince di aver fatto la scelta giusta puntando sul regionale. Per carità, bello, affascinante, confortevole, ma pieno come un uovo e lontanissimo dalla mia idea di ferrovia di montagna. E, soprattutto, completamente privo di un qualsiasi finestrino apribile, il che lo rende indigesto a qualsiasi appassionato di fotografia. Lascio salire i nippo e un gruppo di francesi che non trova la sua carrozza (su un totale di 6 mi pare un bel risultato) e mi accomodo sul mio trenino appena arrivato sul binario a fianco. La prima classe è nell’ultima carrozza, su 18 posti disponibili siamo in 4, ben lontani dalla caciara del treno dei giapponesi. E, trattandosi del materiale più vecchio fra quelli in circolazione su questa linea, è dotato di quei meravigliosi finestrini ad apertura totale che in Italia ho visto solo sulle Ferrovie Nord. Sul portaoggetti è riprodotta la cartina della linea, mi complimento con me stesso per la scelta. Un brusco scossone e si parte all’attacco della valle superiore del Rodano.
Grazie all’orda del treno precedente abbiamo qualche minuto di ritardo; d’accordo che siamo in Svizzera, ma definire strette le mie coincidenze è un eufemismo. La preoccupazione però è prematura, visto che mi attendono due ore di viaggio, e viene presto superata dalla meraviglia per le evoluzioni che questo trenino compie passando lentamente (in media sui 30 km/h) da una sponda all’altra del Rodano, che qui pare un torrentello di montagna di quelli dove si va a pescare trote. Lo scartamento metrico permette curve ben più strette di quelle che siamo abituati a vedere, e dove la trazione elettrica non è sufficiente ci pensa la cremagliera a farci avanzare su dislivelli impressionanti. E’ come salire lungo un’immensa scalinata, un tratto di aspra salita e poi un lungo vallone verde, fra baite e pascoli, poi ancora salita e un altro vallone, e così via. La linea è ben frequentata, soprattutto da escursionisti che scendono alle stazioni intermedie per passeggiate o per salire ancora in funivia; esemplare il caso di Fürgangen-Bellwald, ove un piccolo casottino di legno è contemporaneamente fermata del treno e stazione di base della funivia. Ad ogni stazione è presente un cartello che indica l’altitudine: dai 670 metri di Brig siamo già saliti a quasi 1100, e si continua a salire, salire, salire… Ogni tanto una striscia di cemento tradisce la presenza di piccole basi dell’aeronautica militare federale, quella più lunga ad Ulrichen pare essere aperta anche al traffico civile per piccoli aeromobili. Abbiamo ormai raggiunto quota 1300 e quella che appare sullo sfondo è una stazione di una certa importanza nell’economia della linea: Oberwald. Che è un paesino minuscolo, ma è da qui che la vecchia linea saliva con le macchine a vapore fino ai 2163 metri del tunnel di valico, ed è da qui che nel 1982 fu aperta la variante del tunnel di base della Furka, 15.4 km per superare il principale ostacolo naturale alle comunicazioni fra l’Alto Vallese e il Cantone di Uri. Anche qui, come al Sempione, si trasportano le auto in treno per evitare il valico alpino, ed è qui che inizia la tratta in cui la ferrovia gioca un ruolo determinante nel superare l’isolamento geografico. Attendiamo pazienti di essere superati da un altro convoglio del Glacier Express; la linea, dimenticavo di dirlo, è a binario unico e rappresenta un ottimo esempio di come si possano avere molti treni in circolazione pur senza l’ausilio del doppio binario. Esce dal tunnel anche una navetta per le auto e finalmente tocca a noi affrontare la galleria (ed è pure il momento buono per mangiare qualcosa, visto che i tunnel sono notoriamente poco panoramici). Allo sbocco siamo a Realp, meno di 200 anime a più di 1500 metri di quota, e il paesaggio è cambiato. Siamo nella Urserental, una conca glaciale spruzzata di neve e circondata da creste che superano i 2800 metri, l’ambiente non ha più la dolcezza di quei valloni in cui ci si aspetterebbe di veder spuntare Heidi, è aspro e inospitale, passarci a gennaio dev’essere un’esperienza impressionante. Abbiamo lasciato la valle in cui scorre il giovane Rodano e ci troviamo in un altopiano di passaggio che si apre qui e si chiude, una decina di chilometri più avanti, ad Andermatt. Mentre mi guardo in giro stupito, l’occhio cade sulla cartina sul portaoggetti, e un attimo dopo all’orario che avevo preso un po’ meccanicamente a Brig e col quale stavo seguendo passo passo il viaggio, e mi prenderei a schiaffi per non aver notato cosa succede alla linea dopo Andermatt, teoricamente mio punto di arrivo: l’Oberalppass, il punto più alto di tutta la linea, a 2033 metri. Immaginate la classica scenetta dell’angelo e del diavolo che ti parlano:

-“Dai, non fare cose avventate, basta un minuto di ritardo e stasera non torni a casa”
-“Brutto idiota che non sei altro, hai fatto tutta questa strada e te ne vai senza aver scalato il passo???”
-“Ma guarda che è un casino, hai 3 minuti di coincidenza, il tempo di arrivare e già devi ripartire, e su sei in mezzo alla neve e fa un freddo cane”
-“Ci hai pensato per mesi, ti sei alzato alle 4 stamattina e ora pensi agli orari? Per mal che vada cercherai ospitalità a Milano”

Indovinate chi vince?

Quinta tappa – R844 Andermatt 13.27 – Oberalppass 13.47
Il diavoletto, ovviamente. E non lo ringrazierò mai abbastanza. Passo i minuti che mi separano dall’arrivo ad Andermatt a cercare di quadrare le mie coincidenze, non appena il treno si ferma scendo a precipizio e mi catapulto sul convoglio a fianco. La vettura di prima classe è molto più affollata della precedente, non potrò pendolare da un finestrino all’altro per fare foto, ma chissenefrega, faccio giusto a tempo a salire e si parte. Piano piano realizzo cosa sto per vivere: in venti minuti 600 metri di dislivello, cremagliera e gallerie elicoidali, l’uomo che sfida la montagna e ne esce a suo modo vincitore. Si sale ad una lentezza che rende palpabile lo sforzo, il treno entra ed esce dalle gallerie mettendo a dura prova il senso di orientamento dei viaggiatori, il panorama verso Andermatt vale da solo tutti i chilometri percorsi. Gli altri passeggeri mostrano calma teutonica mentre il bimbo di cui vi parlavo all’inizio non sta fermo un secondo. A Nätschen  ci fermiamo. Mi alzo e vado alla porta della carrozza per fotografare, il controllore mi vede e mi fa segno che posso scendere dato che attendiamo un incrocio, non me lo faccio dire due volte e inizio a scattare. Ad un tratto sento il treno discendente che arriva, mi giro e vedo che il mio sta mollando i freni….balzo felino e la porta mi si chiude alle spalle fra le risatine dei tedeschi. Da qualche parte sento l’angioletto che commenta “Visto? Cosa ti avevo detto io?”, lo mando a scaricare e mi godo gli ultimi duecento metri di dislivello. Da qui in su la linea è meno tortuosa, e all’altezza del lago artificiale si infila sotto una tettoia paravalanghe. I miei occhi saltano fra il panorama, l’orario e l’orologio: sono le 13.49, il treno per scendere partirà alle 13.53 e l’incrocio di Nätschen mi ha fatto chiaramente intendere che non appena il mio avrà liberato il binario l’altro se ne andrà. La prospettiva è quella di attendere un’ora, a duemila metri in mezzo alla neve e un abbigliamento non proprio adeguato. Vedo in distanza la stazione e noto due treni fermi; una volta sceso capirò che il nostro piccolo ritardo ha fermato lì il Glacier Express discendente, che quindi mi garantirà il tempo necessario per scendere e cambiare treno.

Sesta tappa – R851 Oberalppass 13.53 – Andermatt 14.22

Per passare da un marciapiede all’altro si attraversano allegramente i binari. E si mettono pure i piedi nella neve fin oltre le caviglie. Arrivo sul binario (curiosamente ci sono tre binari numerati 1, 2 e 11….), vedo la capotreno, in distanza urlo “Entschuldigung…Andermatt???”, questa sorride e mi fa cenno di salire. Nota positiva 1: almeno non resterò qui in cima. Nota positiva 2: la carrozza di prima classe è vuota. Nota negativa: niente finestrini ad apertura totale, ma dei tristissimi scorrevoli da autobus. Approfitto della partenza dell’altro convoglio per scattare ancora qualche foto, la ragazza sorridente mi fa segno che si parte, torno su e mi lascio andare sulla poltrona.
Tempo un minuto e passa per il controllo del biglietto, glielo porgo assieme al passaporto, lei legge e mi fa entusiasticamente gli auguri, poi in tedesco mi chiede da dove arrivo e quando le dico “Genua” mi guarda con l’occhio stravolto, poi mi stringe la mano, si congratula e prosegue il suo controllo. Il primo tratto di discesa si affronta finalmente con una certa velocità, prima del paravalanghe tento alcuni scatti alla cieca visto che la testa non passa dal finestrino, infine mi siedo e cerco di riordinare i ricordi di ciò che ho visto. Inizia il rientro verso casa…

Settima tappa – R652 Andermatt 14.28 – Göschenen 14.42

Arriviamo ad Andermatt con qualche minuto di ritardo, e di nuovo si corre. E’ la prima stazione della MGB che trovo dotata di un sottopasso, mentre corro scatto al volo sotto gli occhi allibiti di un militare una foto ad una parete a cui sono appese alcune targhe di destinazione della linea e raggiungo il treno giusto in tempo per sentire il soffio della chiusura delle porte. Guardando la cartina mi sono sempre chiesto come diavolo facesse un treno ad andare da Andermatt a Göschenen, visto che stanno praticamente una sopra l’altra. La risposta è una delle cose più impressionanti della giornata: la Schöllenenschlucht. Una gola rocciosa buia e minacciosa come il Fosso di Helm, con le pareti solcate dai segni regolari dei lastroni franati, una cascata d’acqua che la solca e un ponte spettacolare detto Teufelsbrück a consentirne l’attraversamento. La maggior parte della linea ferroviaria scorre sotto una protezione antifrane, togliendo un po’ del fascino dell’attraversamento, ma l’impatto resta, e pure il senso di angoscia che trasmette. L’arrivo a Göschenen sembra quasi una liberazione.

Ottava tappa – IR2273 Göschenen 14.50 Bellinzona 15.53

A Göschenen il cielo è persino più buio che prima, i cinque minuti a disposizione servono giusto per fotografare un Neigezug (lo Jean-Jacques Rousseau, adoro questo popolo che dà i nomi ai treni) ricoverato poco più in là. Dopo tutte le emozione delle tre ore precedenti ho bisogno di relax: come arriva il treno adocchio la carrozza Panorama e mi abbandono sulla poltrona mentre si parte per attraversare il terzo grande traforo della giornata, il San Gottardo. I suoi 15 km di lunghezza sembravano molti alla sua inaugurazione, 128 anni fa, ma il progetto Alptransit sta per fargli fare la stessa fine del Lötschberg, con la galleria di valico superata da un impressionante tunnel di base: se già il salto da 14.6 a 34.6 km fatti al Lötschberg sembrano tanti, il nuovo Gottardo misurerà 57 km da Bodio a Erstfeld, togliendo molto del fascino del passaggio attuale da Airolo a Göschenen. Il display della Nikon segna 138 scatti, non credo che ne farò molti altri: la deviazione verso l’Oberalp mi costringe, un po’ per i tempi e un po’ per la stanchezza, a saltare la prevista visita di Bellinzona. La discesa verso valle segna un cambiamento del paesaggio, e affiora un velo di malinconia per la chiara sensazione che la parte spettacolare della giornata sia ormai alle spalle, e rimanga solo un mero trasferimento.

Nona tappa – S10 25075 Bellinzona 15.57 – Chiasso 16.53

All’arrivo a Bellinzona mi lascio cogliere per qualche secondo dal dubbio sul proseguire o fermarmi…stavolta il diavoletto non ci mette becco e mi dirigo senza troppi rimpianti verso il FLIRT pronto per partire in direzione Chiasso. Il paesaggio ormai se non brianzolo è almeno da bassa Val Camonica, niente di paragonabile a quanto visto nelle ore precedenti, e anche la gente a bordo mi fa capire che questa è un’altra Svizzera, molto più Italia di quanto i Ticinesi stessi siano disposti ad ammettere. A partire dalla signora che fra Bellinzona e Lugano chiacchiera allegramente al telefono (ed è la prima persona che trovo al telefono su un treno da quando sono entrato in Svizzera) informando contestualmente tutta la carrozza delle sue vicende condominiali. Il treno è pieno, se avessi avuto un biglietto di seconda classe me la sarei fatta probabilmente tutta in piedi. Resisto anche alla tentazione di scendere a Lugano e aspetto l’arrivo a Chiasso, dove la coincidenza sarà un po’ meno stretta.

Decima tappa – R10871 Chiasso 17.17 – Milano Porta Garibaldi 18.22
A Chiasso scendo dal treno proprio a fianco di quello che mi porterà a Milano e mi coglie la depressione. Un convoglio di carrozze Piano Ribassato sporco e graffitato, messo emblematicamente su un binario laterale come un parente povero, con quei sedili che mi smontano la schiena ogni sera mentre torno a casa. Guardo con tristezza il mio biglietto, so bene che ormai non posso invertire la rotta, mi consolo con una puntata veloce al Migros per spendere in cioccolata i franchi rimasti e mi accomodo, se così si può dire. Giusto il tempo per le ultime due foto della giornata ad un fiammante locomotore diesel da manovra, le porte si chiudono, si attraversa il confine. Di qui in poi nulla o quasi che non conosca, e soprattutto nulla che possa attirare la mia attenzione.

Undicesima tappa – IC689 Milano Centrale 21.10 – Genova Piazza Principe 22.53
All’arrivo a Milano sento addosso tutta la stanchezza della giornata, mi guardo in giro per raccapezzarmi nell’unica stazione di Milano che avevo visto solo da fuori, decido che tanto per fare presto è tardi, cerco una self service e faccio il biglietto per il treno delle 21.10. Per oggi ho corso anche troppo, ora me la prendo comoda. Oddio, comoda quanto può essere la metropolitana di Milano nell’ora di punta, si viaggia in modalità sardine dopo aver risalito il corridoio a mo’ di salmone contro la corrente di gente che va verso i treni. A me non piace il pesce, ve l’ho mai detto?
Scendo dalla metropolitana alla Stazione Centrale, sono quasi le 19. Il treno delle 20 ci stava tutto, ma riuscire a mangiare da seduto in un posto che non sia Mc Donald sarebbe preferibile. Esco e mi incammino lentamente lungo Via Vitruvio fino a Corso Buenos Ayres, in mezzo ad una frenesia nella quale mi sento davvero estraneo, finisco per sedermi da Spontini ad assaggiare la sua famosa pizza al taglio che non avevo mai provato, Ancora due passi in un corso affollato come se fossero le 17 e poi di nuovo in stazione. Almeno stavolta il Sipax ha esaudito i miei desideri, posto isolato in carrozza a salone. Una carrozza a scompartimenti mi avrebbe dato il colpo di grazia stasera. Fra un’occhiata alla Rete e un paio di abbiocchi arriviamo a Genova, persino in anticipo. La cosa curiosa è che gli unici ritardi, seppur lievi, della giornata li ho accusati in Svizzera, mentre in Italia tutti i treni che ho preso erano puntuali o addirittura in anticipo. Che Trenitalia volesse dirmi qualcosa?

Dodicesima ed ultima tappa – R11389 Genova Piazza Principe 23.04 – Recco 23.41
Sono solo 21 km, ma sono i più pesanti. La sfida è quella di tenere gli occhi aperti, un po’ per il sonno e un po’ per la fauna che popola il treno. Facciamo due conti: sono sveglio da 20 ore e in viaggio da quasi 18, ho percorso più di 800 km prendendo 12 treni, sono stanco morto ma se dovessi rifarlo domani lo farei. Perché era da tanto che desideravo fare una follia del genere, e mi sa che potrei prenderci gusto. In fondo, 43 anni cosa volete che siano?

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