Genova

Genova è una sfida. E’ la città che si ribella alla natura, che crea in mare lo spazio che non ha sulla terraferma, è la città dei palazzi col portone di ingresso all’ultimo piano, dei mille saliscendi, è una striscia di trentadue chilometri di piccoli paesi fusi in un’unica entità, eppure orgogliosi del loro nome e che non sanno dire “vado in centro” ma “vado a Genova.

 

Genova si nasconde. Si nasconde alla vista di chi arriva via terra, ti costringe a spiarla fra una galleria e l’altra,e quando finalmente la vedi ormai ne sei prigioniero. E’ l’antica gloriosa Repubblica Marinara che si mostra col vestito della festa solo a chi dal mare la raggiunge, sfilando davanti alle ville del levante per poi salutare i palazzi di Carignano e lasciarsi stringere nell’abbraccio del Porto Vecchio. Inganna chi la visita, celando dietro anonime facciate lo splendore dei suoi palazzi più spettacolari, confondendo il forestiero con un intreccio di vicoli che si annodano su sé stessi, vecchia dama orgogliosa e diffidente che ti squadra da capo a piedi prima di decidere se ammetterti a rimirare le sue grazie.

Genova è strana. E’ la città senza una Piazza, che solo a Caricamento ti consente di riprendere fiato dopo l’apnea dei Caruggi. E’ la città di mare che snobba il pesce nella sua cucina, è la Repubblica che colonizza il Mediterraneo ma si sente britannica. E’ la città dalla curiosa toponomastica, col monumento a Colombo in Piazza Acquaverde e la fontana in Piazza Colombo, che fa impazzire i foresti con i numeri neri e i numeri rossi e gli autobus barrato rosso o doppio barrato blu.

Genova è la macaia, quel senso di umidità salmastra che Brera identificava quale causa dell’impossibilità di successi nello sport, è il vento che soffia in ogni direzione, è il sole che sorge da Portofino e cala su Capo Mele incendiando il mare. E’ la mimosa fiorita a gennaio e la neve su Punta Martin, è insieme zero e mille metri, Boccadasse e Forte Diamante.

Genova è un popolo. E’ la sua lingua cantilenata, contaminata da mille incontri, che ancora si parla in Sardegna e in Tunisia. E’ il “maniman”, la diffidenza e la parsimonia fonti una volta di ricchezza e splendore e oggi dell’immobilismo che la frena mentre gli altri galoppano. E’ il commento secco, due parole che ti lasciano senza possibilità di replica, è il “belin” che riecheggia ovunque, in porto e nei salotti. E’ la gente che due giorni all’anno smette di salutarsi se si indossa una sciarpa diversa, è il mugugno elevato a stile di vita. E’ il Lido, lo stabilimento balneare dove si va vestiti come ad un ricevimento e dove trovi persino il parrucchiere, è i pescatori dilettanti sulla Diga Foranea.

Genova è tutto questo, e tante altre cose. Provate a mostrarvene degni, e forse ve le svelerà. Senza fretta, un po’ per volta.

Un pensiero riguardo “Genova

  1. Eccellente affabulazione … sì entra nel clima. Si vede, si ode, si tocca con mano, sì vive la città senza averla vista …

    Eccellente racconto.

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