Racconti dal gelo

L’idea della trasferta in terra russa era già stata lanciata lo scorso anno, e non se ne fece nulla. Stavolta la proposta era più seria e sensata, il mio umore forse meglio disposto, fatto sta che mi sono unito alla trentina di entusiasti che hanno deciso di sfidare il freddo inverno del Tatarstan per seguire la squadra. Ed ecco com’è andata.

Sabato 13 febbraio

TabelloneLa scritta “Kazan” sul derelitto tabellone partenze del Cristoforo Colombo fa un certo effetto. Effetto ancora più strano nel vedere sette banchi di check-in aperti per un volo con una sessantina di passeggeri, quando spesso ti ritrovi con due banchi per centocinquanta. Sarà per il nome della Pro Recco o, come suggerisce una voce velenosa, perché all’aeroporto di Genova non hanno nulla da fare in quell’orario? Sia come sia, apprezziamo e procediamo all’imbarco su un anonimo aeromobile completamente bianco che non posso fare a meno di riconoscere come un MD-82 di provenienza Alitalia. Lo spirito da pullman fa ovviamente saltare la preassegnazione dei posti, nel cambio ci guadagno visto che mi aggiudico una comoda uscita di emergenza. In realtà si sta comodi comunque, visto che i posti a disposizione sono più del doppio dei passeggeri a bordo. Il tempo di notare anche dall’alto lo sfacelo del campo di Marassi e le nuvole ci inghiottono, lasciandoci solo qualche sprazzo sulla Pianura Padana per poi nasconderci del tutto il panorama una volta giunti sulla costa croata. Rivedremo qualcosa solo a pochi minuti dall’atterraggio, dopo quattro ore di chiacchiere, scherzi, conferenze stampa, confezioni di focaccia e altre amenità.

La pista di Kazan dà la sensazione di atterrare nel nulla, una interminabile striscia di cemento in un paesaggio completamente bianco ai cui lati sono parcheggiati vecchi Tupolev e Antonov in disarmo. La piccola sala della dogana è solo la prima delle tante cose che sembrano messe lì apposta a ricordare che l’URSS è una storia troppo recente per non lasciare evidenti tracce di sé, assieme alle procedure di controllo dei passaporti; sul gabbiotto di controllo spicca un cartello giallo, uno dei pochi a riportare una approssimativa traduzione in inglese, che ricorda come tentare di offrire soldi al personale addetto ai controlli sia un reato. Capiamo fin da subito che comunicare sarà un’impresa dai risvolti fantozziani, come ad esempio quando cercheremo di farci spiegare da una bionda e sorridente hostess perché mai ci abbiano portato (su un autobus dei tempi di Breznev addobbato internamente con delle incredibili e coloratissime tendine) davanti ad un hotel che non è quello che ci era stato comunicato. Per fortuna hanno ragione loro. Finora abbiamo avuto solo un timido assaggio di cosa siano le temperature esterne, tempo di prendere possesso delle camere e sfideremo l’inverno russo.

Kazan notturnaCuriosamente, da nessuna parte si vedono le insegne luminose coi termometri che tanto diffuse sono qui da noi. Sarà che non hanno bisogno che gli si ricordi di quanto fa freddo, già ci pensano i canali televisivi locali che riportano in sovraimpressione ora e temperatura: alle 18.45 il bollettino dice -16°, e obiettivamente poteva andare molto peggio. Le strade sono libere da neve e ghiaccio, i marciapiedi un po’ meno: ai lati delle strade si trovano ammucchiate lastre ghiacciate e cumuli bianchi alti un paio di metri. Viene da pensare a quale terribile pantano possano essere queste zone in primavera, quando tutto ciò tornerà ad essere acqua. Per fortuna non c’è vento, ma stare fermi è comunque una mossa pericolosissima. Davanti all’inevitabile McDonald’s noto a terra un bicchiere rovesciato: la cola che conteneva è già perfettamente ghiacciata, e ad occhio non dev’essere lì da molto tempo. In giro pochissima gente, per essere il centro di una città da più di un milione di abitanti, e un parco auto che affianca allegramente SUV dell’ultima generazione e vecchie ZAZ tanto simili alle nostre Fiat 124; a proposito di auto e strade, la segnaletica orizzontale pare opera del tutto ignota da queste parti, soprattutto le strisce pedonali.  Dei pochi esseri umani incontrati colpisce l’abilità delle ragazze nel muoversi agilmente su vertiginosi tacchi a spillo abbinati a minigonne che fanno venire freddo solo a guardarle. La scelta del ristorante ci porterà al gran bazar dell’incomprensione (o del tentativo di fregare il cliente, questione di punti di vista) Ristorante e ad un menu “tipico” di una tristezza totale pur nelle sue chiare influenze turche (ma in Turchia avevo mangiato decisamente meglio); degni di nota l’abbigliamento del portiere, in stile Armata Rossa, e il vassoio finale con l’offerta di chewing gum Wrigley’s alla menta che mi hanno riportato indietro di almeno 30 anni. Al rientro in albergo i più tecnologici non si fanno sfuggire il wi-fi gratuito, qualcuno si spinge addirittura a cercare sul web lo streaming di Sampdoria-Fiorentina, in generale ci si gode la temperatura (gli interni sono tutti ben più che riscaldati) fra vodka, discussioni su Cassano e pronostici sui quarti di finale, un tipico Bar Sport degno di Benni trasferito nella lobby del Kazan Grand Hotel.

Domenica 14 febbraio

Con tutta la pioggia che ci ha accompagnato lungo gli ultimi mesi,Baumana Ulitsa svegliarsi col sole mette di buon umore. La mattinata è libera da qualsiasi impegno, la città offre un sito sotto tutela UNESCO, e non si fanno quattromila chilometri per stare in albergo. Lungo la Baumana, salotto pedonale della città, c’è ancora meno gente di ieri sera, solo le bancarelle di souvenir con le immancabili sciarpe della squadra di calcio locale (ma pure dell’Inter che è venuta da queste parti qualche mese fa), diversi cani randagi alquanto infreddoliti e parecchi piccioni che non mi sarei aspettato di trovare qui. Avevo già notato ieri sera la diffusione sonora: lungo tutta la via un sistema di altoparlanti spara musica in continuazione, hits dell’ultimo momento e curiose cover locali di brani anche italiani. La via è stata il fulcro dei lavori di restauro compiuti per le celebrazioni del millesimo anniversario dalla fondazione della città nel 2005, ma basta allungare lo sguardo nelle traverse per trovare case sventrate o abbandonate, addirittura un palazzo bruciato, dove l’acqua usata per spegnere le fiamme si è ghiacciata all’istante donandogli un aspetto spettrale.

Ghiaccio

I negozi alternano marchi noti e globalizzati a botteghe difficili da interpretare, curioso il caso di un grande locale  le cui decorazioni fanno pensare ad un fast food o ad una gelateria e guardando dentro si rivela essere una gioielleria. In fondo alla via la vista si apre sulla Kazanka e sulla spianata che ospita lo stadio del Rubin, mentre alla sinistra appare, annunciato in distanza dalle guglie della moschea, il Cremlino. Nei vialetti la neve abbonda e il vento si incanala gelido, le batterie di fotocamere e telefoni mostrano tutta la loro sofferenza, per scaldarci entriamo a visitare la Cattedrale dell’Annunciazione, dove è in corso un’interminabile funzione ortodossa. C’è chi fa riprese nonostante il divieto e chi accende una candelina votiva che non si sa mai. Per par condicio religiosa (e per l’effettiva bellezza del monumento, ricostruito in tempi recenti sulla base di quello distrutto da Ivan il Terribile) entriamo a visitare anche la Moschea, previo obolo di ben 3 rubli (7 centesimi circa) per i copriscarpe (con queste temperature e i Moscheapavimenti in marmo girare senza scarpe potrebbe essere drammatico), tali e quali a quelli usati in piscina. In realtà la moschea la si può solo vedere da un’apposita balconata, l’accesso all’area sacra non è consentito ai turisti. La Torre di Syuyumbike ci limitiamo ad osservarla da fuori, mentre qualcuno si spinge fino alle rive gelate della Kazanka dove si pesca col vecchio sistema degli eschimesi: buco nel ghiaccio e lenza calata. Intanto si avvicina l’ora del pranzo, e la città comincia a mostrarsi più viva, il passeggio domenicale lungo la Baumana è in costante aumento. Niente ristoranti in stile, meglio una sorta di tavola calda dove tra spiedini, sivas, doner kebab e qualcosa che definiscono pizza si passa un’oretta a scaldarsi e ridere. L’idea della partita pare un contorno, come se non ci fosse nulla da temere dagli avversari di oggi.

Attorno alle 16 è ancora il pullman con le tendine esilaranti ad attenderci per andare in piscina. Da buoni italiani pare che la preoccupazione principale sia quella di dover lasciare i bagagli sul pullman per qualche ora, scena già vista in analoghe occasioni. OrgsintezLa piscina Orgsintez è tipicamente sovietica nelle linee e nell’aspetto interno, con quell’acqua resa verdastra dai neon che ricorda la vasca di Volgograd, e stabilisce il record mondiale di sbalzo termico: fuori -18°, dentro +29°. Anche la tribuna, nonostante i seggiolini colorati, è molto vecchio stile, con la prima fila un paio di metri abbondanti sopra il piano vasca (e un bordo vasca largo meno di un metro sul lato opposto); un’occhiata all’unico manifesto affisso all’ingresso ci conferma  il sospetto che le magliette realizzate per la trasferta con la scritta in cirillico non avessero un’ortografia proprio corretta. Lasciate giacche e cappotti al guardaroba gratuito (ecco una cosa intelligente), ci incamminiamo verso il settore a noi riservato lungo una scalinata sulla quale si affacciano gli spogliatoi per il pubblico, con porte spalancate e gente che allegramente si cambia. La posizione è stile Brescia, estremità della gradinata oltre la linea di fondo, anche se  il nostro “assistente” locale si muove a compassione e ci fa spostare di qualche metro verso il centro. Il tifo di casa è appannaggio di uno sparuto gruppetto di quindicenni dotati di un tamburo, trombette e cartelloni scritti a pennarello; poco prima dell’inizio della partita uno di questi ha la bella pensata di dare fuoco ad una trombetta come fosse una torcia, qualcosa di acceso cade a bordo vasca, dopo qualche minuto arriva un energumeno in divisa che se li porta via tutti quanti per controllo e ramanzina al termine della quale meno della metà sarà autorizzata a tornare in tribuna. Chissà se da noi usassero gli stessi metodi…

Il cerimoniale pare ignorare bellamente i presunti dettami della LEN: niente inno ufficiale all’ingresso delle squadre (che in realtà si spostano solamente, visto che i controlli arbitrali sono stati fatti direttamente a bordo vasca senza rientrare negli spogliatoi), tabellone senza i nomi dei giocatori, speaker che parla esclusivamente in russo e storpia in maniera creativa i nomi dei nostri, compresi gli slavi (e quando li pronuncia come si deve si corregge subito). Il pubblico è folto ma non straripante, ad occhio meno di 800 persone, il nostro gruppetto si fa sentire spesso e volentieri. Pubblico In vasca i ragazzi apprezzano e ricambiano con tre reti in fila, da video didattico quella di Udovicic (che prima del via ha caricato i suoi compagni uno ad uno con una grinta degna di una finale olimpica). I russi provano a farsi sotto, ma vengono tenuti a debita distanza da una squadra che dimostra tutta la sua superiorità, in tribuna i commenti puntano più sui fischi di Kiszelly, che chi era a Rijeka non può certo aver dimenticato. Fra i padroni di casa ci sono due vecchie conoscenze quali Dejan Savic (due stagioni da noi e tatuaggi sempre più estesi) e Marat Zakirov, che alla fine si complimenterà con noi raccomandandoci di salutare Chiavari e Camogli (la risposta immediata: “Chiavari sì, quegli altri anche no”), si danno da fare ma il distacco non si colma, il terzo tempo segna un umiliante parziale di 6 a 0 che chiude ogni discussione sull’esito della gara. Alla fine grandi applausi, strette di mano e complimenti, ci si riveste per tornare al gelo in direzione aeroporto.

A giudicare dal movimento, si direbbe che l’aeroporto sia rimasto aperto esclusivamente per noi. Se ieri mattina a Genova c’era l’imbarazzo della scelta fra i banchi di accettazione, qui è aperto un solo banco al quale si forma una coda tipicamente italiana, ovvero mucchio selvaggio. Carte di imbarco compilate a mano e con fantasiose variazioni nella grafia dei nomi, controlli di sicurezza in stile “vabbè, giusto perché bisogna farli”, duty free sprangato e al bar una sola cameriera che con lentezza tendente allo scazzo smaltisce la coda di tutti quelli che hanno ancora dei rubli da spendere. Il lato positivo di questa situazione è che visto che siamo tutti lì e la torre di controllo non ha nulla in contrario si può decollare con notevole anticipo, previa abbondante spruzzata di antigelo sulle ali che renderà il mio finestrino molto simile a quelli dei treni che prendo ogni mattina, e con l’apoteosi comica della giornata: mai vista una presentazione delle procedure di sicurezza così degna di Zelig, al termine applausi e richieste di autografi e varie altre cose alla hostess protagonista. Rotta sull’Italia, con molta meno adrenalina rispetto al volo di andata e il desiderio di arrivare il prima possibile, ingannando il tempo con congetture e pronostici su quale potrà essere la meta dei quarti di finale (e taccio sulle espressioni di chi, memore del brodino della sera precedente, si ritrova il pollo nel vassoio della cena). Come all’andata il mare di nuvole ci restituisce la visuale solo sopra a Venezia, non facciamo nemmeno a tempo ad ammirarla che ci ritroviamo in fase di atterraggio. Genova dall’alto è il solito interminabile presepe, il vento come da tradizione non manca di sballonzolarci un po’ prima di toccare terra, i due doganieri di servizio mostrano la stessa voglia di tornarsene a casa che avevano le hostess russe (che però al momento di imbarcarci ci hanno fatto ciao ciao con la manina), i due pullman ci attendono coi motori accesi. E passata da poco la mezzanotte quando arriviamo a Recco, nemmeno tanto stanchi ma sicuramente molto soddisfatti.

Ghiaccio

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