Piccolo diario

E’ passata una settimana, ormai. Sette giorni fa a quest’ora due pullman solcavano la A4, carichi di speranze e preoccupazioni, ottimismo e mugugni. In una settimana abbiamo assistito a trionfi, cadute nella polvere, rivincite annunciate, colpi di scena e tante parole, spesso un po’ fuori luogo. Ormai sapete tutti com’è andata, di mio aggiungo solo qualche pensiero legato ai momenti di questi giorni.

Il viaggio

A credere ai segni, era già tutto scritto lì. Il viaggio verso Rijeka è stato una cosa modello Armata Brancaleone: pullman in ritardo, caselli sbagliati, ristoranti fantasma, radiatori in ebollizione, alberghi in overbooking, orari discordanti, abbastanza per convincere i superstiziosi che era meglio tornarsene a casa. Il viaggio di ritorno, nonostante alcuni momenti di stupidera generale, si è lentamente trascinato nel caldo sahariano della Pianura Padana fra umori plumbei e aria condizionata rotta, acuendo insopportabilmente il peso di quanto patito la sera prima. L’arrivo a Recco è parso ai più una cosa da baciare il suolo per la felicità….

Kantrida

Commento unanime: avercene, impianti del genere. Il complesso fiumano ha affascinato tutti per dimensioni, organizzazione, ambiente, posizione. Peccato solo che per garantire a tutti pari condizioni si sia scelto di giocare col tetto chiuso, creando un microclima degno di una foresta subtropicale.

I tifosi

Tanti, colorati, rumorosi, mediamente sportivi (con l’eccezione, un po’ inattesa, dei montenegrini). Ad un italiano fa uno strano effetto vedere i tifosi del Mladost sostenere lo Jug e viceversa, da noi vige sempre il vecchio motto “”se quelli là giocano contro una squadra di vermi mi ungo tutto e tifo per i vermi””. Di certo per noi si è creato un ambiente sportivamente ostile, complice la stampa locale che venerdì titolava “”Lo Jug contro 500 milioni di euro”” aumentando quel senso di “”soli contro tutti”” che tanta (tragica) parte ha avuto nella storia degli Slavi del Sud. Però non sono mancati i reciproci complimenti, gli scambi di maglie e sciarpe, addirittura sabato un accanito tifoso dello Jug completamente vestito (calottina compresa) dei colori della sua squadra alla fine della “”sua”” finalina ha indossato la maglia bianca e celeste ed è rimasto a tifare con noi. Davvero notevole. Meno degni di nota invece le offese e gli insulti subiti durante e dopo l’incontro da parte dei sostenitori del Primorac, quelli che meno di tutti hanno mostrato di comprendere l’atmosfera che si era creata.

Venerdì, la semifinale

In occasione della partita di Sori scrivevo “”Fra Pro Recco e Jug Dubrovnik non ci possono essere partite scontate, tranquille, senza patemi. La regola parla piuttosto di incontri tirati fino all’ultimo, scarti finali di una sola rete, nessuno disposto a mollare di un solo centimetro da una parte e dall’altra.”” Con questa convinzione, e un sottile senso di timore, ci siamo preparati ad assistere alla semifinale che più di uno ha pensato essere una scelta pilotata per evitare la solita finale degli ultimi tre anni. Mai, nel mio ingenuo ottimismo, mi sarei aspettato di vedere la Pro Recco stendere lo Jug in modo così perentorio, giocando la Partita Perfetta. Tanto da evitare ogni commento in proposito fino alla sirena finale, memore dei tre gol di vantaggio del Montjuic e della sangria rimessa precipitosamente in fresco. Più di tutto, colpiva la metamorfosi del tifo croato, da assordante entusiasmo a silente incredulità. In acqua una dimostrazione di superiorità ai limiti dell’umiliante, Tempesti insuperabile, Calcaterra devastante autore di tre perle da cineteca, la difesa che fa impazzire i ragusani incapaci di trovare un varco. A fine partita pensavo a voce alta che ci è voluto un anno intero di partite giocate spesso col minimo sforzo per arrivare a vedere cosa questa squadra è davvero in grado di fare, ma lo avevamo visto nella serata giusta. Senza avvertire il campanellino che tentava di smorzare gli entusiasmi….

Sabato, la finale

Quel campanellino non lo ascoltava proprio nessuno. Il Primorac visto la sera prima nella semifinale contro il Mladost non pareva davvero squadra in grado di impensierire la Pro Recco vista in acqua subito prima, il pronostico standard era “”se lo Jug lo abbiamo asfaltato, a questi gli dipingiamo anche le striscie dei parcheggi””. Poche isolate Cassandre non riuscivano nemmeno a terminare i loro inviti alla prudenza, cancellati da un pericoloso quanto motivato entusiasmo. E così all’arrivo a Kantrida le facce sono molto meno tese del pomeriggio precedente, i sorrisi a trentadue denti si sprecano, si pensa già a dove andare a festeggiare. Sono pochi quelli che premettono un prudente “”comunque vada a finire”” ai loro pensieri su ciò che sta per andare in scena. Nella finale di consolazione, come la chiamavano una volta, Jug e Mladost recitano un’altra replica del duello che già le contrappone nella finale del campionato croato. Da quando esiste la Final Four non era mai successo che nessuna squadra del paese ospitante non vincesse, e nemmeno andasse in finale; per un popolo orgoglioso come quello croato è indubbiamente una sconfitta su tutta la linea. Però onorano l’incontro (a parte lo Jug che schiera il secondo portiere), e il pubblico partecipa fino in fondo. Bello, davvero. Il settore B, quello occupato da noi, è ancora mezzo vuoto, molti preferiscono restare fuori a bere qualcosa al fresco e snobbano una partita che sembra il semplice prologo dell’unica cosa per la quale si sono sciroppati seicentocinquanta chilometri. L’ora si avvicina, e i più attenti avvertono qualcosa di strano nell’aria, come gli animali sentono i terremoti. C’è qualcosa nelle facce dei trionfatori annunciati che non convince del tutto, e basta il primo minuto di gara a far suonare più di un allarme. Il Primorac sa di giocarsi la gara della vita, e sapendosi battuto sulla tecnica la imposta tutta sul corpo a corpo. Gli arbitri lo consentono, e gli Invincibili si scoprono incapaci di reagire, incapaci di trovare alternative, incapaci di trovare la breccia nel fortino. E se la difesa funziona, l’attacco ansima, il gioco sul centro è impraticabile, la palla circola per vie esterne spesso troppo lontane dalla porta, le linee di tiro sembrano irrimediabilmente ostruite. Quando il vantaggio dei montenegrini giunge al 6-3 sembra incredibilmente finita, mani nei capelli, occhi sbarrati, la voce che non esce più, nervi che saltano, insulti e recriminazioni. Poi va in scena il remake di Barcellona, tre reti di svantaggio annullate in pochi minuti e partita riaperta. Letale iniezione di fiducia per i cuori di chi sta in tribuna e pensa che gli altri accuseranno il colpo: ancora una rete a testa e la sirena annuncia, come un anno fa, i tempi supplementari. Una sola rete, troppi errori, la barriera difensiva che non si riapre più, anche l’ultimo disperato tentativo in stile basket si perde nell’acqua che ribolle. I Campioni abdicano, il giovane Montenegro completa la scalata ai titoli continentali iniziata lo scorso anno a Malaga. Incredulità, silenzio, lacrime…tutti i piccoli e grandi problemi di questi due giorni vengono ingigantiti da uno schiaffo in pieno volto che nessuno avrebbe mai immaginato.

Mercoledì, la consolazione

Definire “consolazione” uno scudetto può sembrare irrispettoso, e probabilmente lo è. Ma è innegabile che questo quarto titolo consecutivo fosse considerato una formalità fin da ottobre, e che solo un pareggio ha impedito che fosse conquistato vincendo tutte le partite disputate. Soprattutto, è evidente nei visi e nelle parole di chi si assiepa sulla vecchia gradinata che la sconfitta di sabato è lungi dall’essere metabolizzata e messa da parte. C’è partita solo per un paio di tempi, poi il Posillipo si fa da parte lasciando la scena ad un notevole Tommy Marcz (quattro reti) e ad un Angelini la cui gestualità tradisce evidenti sassolini nelle scarpe. Il gran bagno finale sembra più un rito che un festeggiamento, siamo in molti ad avere un sorriso un po’ stretto sulle labbra e poca voglia di celebrare il ventitreesimo tricolore. Non fa più notizia invece l’assenza del presidente Barelli, che non ricordo di aver mai visto a premiare la Pro Recco a differenza di quanto fatto per altre squadre, e del resto la FIN già si era distinta per la sua totale assenza a Rijeka (l’unico suo rappresentante era lì per altri scopi, e comunque non una figura di primissimo livello nonostante il nome). Da molto penso che la pallanuoto dovrebbe trovare la forza di staccarsi dalla FIN e creare una federazione autonoma, ma di questi tempi sembra già tanto che si trovi la forza di giocare…

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