Davide Van De Sfroos, Genova 5/3/2009

Leggi il nome la prima volta e lo prendi per olandese. Poi lo senti cantare e capisci che c’è qualcosa che non torna. E allora indaghi, e scopri diverse cose. Ad esempio che in realtà si chiama Davide Bernasconi, che “van de sfroos” è una frase in dialetto laghée, sponda ovest del lago di Como, che significa “vanno di frodo” e quindi indica i contrabbandieri. E che proprio con quel dialetto Davide ha scelto di esprimersi e raccontare le sue storie. Perché Davide è un cantastorie, più ancora che un cantautore, e pesca a piene mani dalla sua terra. Accusato di essere leghista per il cantato in dialetto, di essere comunista per essersi esibito nei centri sociali, e di svariati altri crimini contro l’umanità da parte di chi non resiste alla tentazione di appiccicare etichette, Davide Van De Sfroos va avanti per la sua strada artistica fatta di acqua, di monti, di contrabbandieri e ubriaconi, di minatori e pescatori, il tutto cantato con un’ironia di fondo che rende godibili anche le storie meno allegre.
Dopo aver riempito (sì, riempito a tappo) il Forum di Milano nello scorso aprile, è attualmente in giro per teatri a promuovere il suo ultimo lavoro “Pica!”, e finalmente passa per Genova con un concerto tutto suo e non clandestino come in passato. La dimensione teatrale ben si adatta al suo stile fatto di lunghe introduzioni parlate ad ogni brano, talvolta seguendo un canovaccio, altre volte improvvisando lì per lì e spiazzando i musicisti che lo accompagnano. Il non folto pubblico apprezza molto, si lascia coinvolgere nei brani nonostante un’età media decisamente alta, talvolta si guarda in giro sperduto chiedendo al vicino che diavolo significhi quella strana parola che ha appena pronunciato (e che logicamente è la chiave di tutto il discorso). Sul palco, lui col suo solito look camicia-gilet-coppola e un gruppo di cinque elementi decisamente poliedrici, senza scenografie e con un impianto luci che una volta esauriti i giochi RGB all’apertura del sipario si limita al minino indispensabile. Nulla insomma che possa distogliere l’attenzione dalle vicende che via via scorrono, pescando a piene mani dall’ultimo album, con qualche incursione nei classici, due curiosi esperimenti quali “La Poma” mescolata a “La Canzone del Sole” e “Caino e Abele” riambientata a Cuba sull’aria di “Chan Chan”, e un doveroso omaggio all’invisibile ma onnipresente padrone di casa con la cover di “Zirichiltaggia”, brano scelto non a caso visti i legami di Davide con la Sardegna (le bravissime Balentes hanno più volte collaborato con lui) e il suo soprannome di Lucertola che si riflette nel titolo del brano (“Lucertolaio”). Sono due ore e mezza di spettacolo, canzoni, aneddoti, leggende, testi in cui anche la frase apparentemente più banale nasconde mille risvolti e interpretazioni. Se passa dalle vostre parti, fatevi un favore e andate a vederlo. A teatro se preferite uno spettacolo più “emozionale”, all’aperto se volete provare l’esperienza del Cyberfolk.

Scià dài, alùra gio’!

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