3 dicembre

E’ una giornata di sole, questo 3 dicembre. Freddo, come si conviene alla stagione, ma nessuno ci fa caso. Bastano l’ entusiasmo e l’ attesa a scaldare, a spingere. Una settimana intera passata a tagliare, cucire, scrivere, pitturare, perché Albaro possa essere completamente tappezzata e imbandierata stasera, come si conviene ad una finale europea. Sabato scorso in Olanda la squadra ha contenuto i danni perdendo 10-8, ci vogliono tre gol di scarto per riportare a Recco quella coppa vinta una volta e sfuggita tante altre. Si può fare, canta la PFM. Si può fare, lo sai, lo sanno quelli che sono partiti in auto per Veenendal sfidando nebbia e gelo pur di esserci e che oggi girano per Recco ascoltando in auto la registrazione della radiocronaca ed esultando ad ogni gol come fossero ancora in piscina. Recco è tappezzata da giorni di manifesti con i volti dei giocatori, anche un paio di striscioni pubblicitari sulle vie principali, nessuno può dire di non sapere cosa sta per succedere. E’ uno di quei giorni in cui tutto è concesso, anche riprendere la vecchia usanza del corteo di auto: alle 17 davanti al Bar Orchidea c’è il finimondo, macchine ferme in mezzo alla strada, gente che cerca disperatamente un passaggio, trombe e campanacci, bandiere di ogni foggia. Sembra di vedere, al contrario, il ritorno da Trieste di quei ragazzini terribili che portavano a casa il primo scudetto. Quando si parte il frastuono dei clacson sale altissimo, al pari dell’ adrenalina, ti domandi come potrà tutta questa gente entrare in piscina. Tra un po’ lo capirai.

Alle 18.30 il catino di Albaro è già ai limiti della capienza. E’ il colmo che tu sia in giro dalle due del pomeriggio e finisca per arrivare giusto in tempo per raggiungere la ringhiera, con quei due borsoni pieni di striscioni che uno zelante poliziotto pretenderebbe di controllare. La ventina scarsa di tifosi olandesi si è piazzata nel tratto di tribuna sotto la terrazza, e guarda con occhio intimorito la folla stipata nei rettilinei. In fondo a sinistra ci sei tu, ci sono i tifosi più giovani, che non sanno darsi un nome ma ci mettono un entusiasmo ai limiti dell’ incoscienza. In fondo a destra, armati di qualsiasi cosa possa fare rumore, il muro umano dei Panthers, quellli più grandi, quelli che guardi con ammirazione e un pizzico di invidia. Questa sera sarà forse l’ ultima occasione di vederli presenti al completo, lo sentono pure loro e sono decisi a far sì che sia una grande uscita di scena. Entra per il riscaldamento Alberani, e Albaro esplode come se si fosse già vinto. Anche per lui è, o dovrebbe essere, l’ ultima partita: ha annunciato il ritiro, gli anni cominciano a farsi sentire per l’ultimo dei Grandi ancora in formazione. La sirena introdotta non si sa come da Gaetano fa tremare le vetrate, un primo timido tentativo di “Recco, Recco” diventa un boato assordante. Quanti sono? Tremila? Quattromila? Di più? Cominciano le prime inevitabili voci, ci sarebbe gente ferma sugli scaloni di ingresso, addirittura chi dice che la Polizia avrebbe bloccato gli ingressi. Da lì dentro non avrai modo di capire cosa ci sia di vero, muoversi è impossibile, si sta letteralmente l’ uno sull’ altro. E intanto entrano gli altri giocatori, ci sono cori per tutti, più che l’attesa della partita sembra un sabba a cui non è consentito sottrarsi. I fischi all’ ingresso degli olandesi sono una breve formalità, poi si ricomincia ad osannare i ragazzi con l’ accappatoio curiosamente in nero e arancio, potere dello sponsor. L’ ora si avvicina.

Le note del Tema di Eric di Vangelis risuonano nell’ impianto. E’ la sigla usata anche per i concentramenti e per la semifinale, ormai è familiare a tutti e distribuisce la sua parte di brividi. Entrano le squadre a bordo vasca e anche chi ha finora cercato di mantenere un aplomb allenta i freni inibitori e si unisce ai cori. Pro Recco contro AZC Alphen, in palio la Coppa dei Campioni. Ora non ci si può più tirare indietro, si stringono i denti e si inizia. Subito avanti, ma senza mai quel break che potrebbe metterti al sicuro, sempre in bilico su quei 2 gol di vantaggio che pareggiano i conti dell’ andata. E’ una partita tirata, tesa, con tanti sbagli da una parte e dall’ altra, e quando finalmente credi di avercela fatta un tiro maligno porta il punteggio sul 7-5. Non basta, non basta, senti il mondo che ti crolla addosso, la delusione che si fa strada. Ma la pallanuoto è sport che si gioca fino all’ ultimo secondo, dovresti saperlo, a volte sul caso, a volte sulla furbizia, a volte su entrambi. Mancano 15 secondi alla fine quando un tiro disperato si perde sul fondo. Scatta il trasferimento sull’ altro fronte, ma c’è qualcosa che non torna. Baldineti nuota furiosamente verso l’ angolo mentre Galli improvvisamente riparte verso la porta olandese. Sono gli unici ad essersi accorti che gli arbitri hanno assegnato la rimessa a noi, e d’ improvviso è come se fosse un rigore: Marco Galli solo davanti al gigantesco portiere olandese, una, due, tre finte, il tiro che viene respinto e un “Nooooooo” come un tuono dagli spalti, ma il ricciolo di Civitavecchia riesce a riprendere la palla, si avvicina ancora, altre due finte, il braccio sinistro malignamente teso in avanti e la palla che entra in porta.

E’ come se un vulcano fosse improvvisamente emerso dalla vasca, l’ urlo è il più forte che le tue giovani orecchie abbiano mai sentito, dalla disperazione al trionfo in un attimo, l’ incolumità personale degli spettatori è ormai utopia fra gente che rotola giù dalle vertiginose gradinate del vecchio Stadio del Nuoto genovese, c’è chi urla, chi ride, chi scoppia a piangere, chi resta basito e non riesce a crederci, nel delirio collettivo quasi passa inosservata la veemente protesta del portiere che addirittura esce dall’ acqua e marcia minaccioso verso un arbitro ai limiti del terrorizzato. Per fortuna riescono a ridurlo a più miti consigli e ad indicargli gli spogliatoi per la più ovvia delle espulsioni. Mancano 8 secondi, basta mantenere i nervi saldi e non prendere tiri, mentre lo scorrere del tabellone viene accompagnato dal coro dei presenti. E’ finita, finita come volevi, finita come sognavi, vivi anche tu quell’ emozione che papà ti ha raccontato, quella di Milano di vent’ anni prima. Imre e i suoi ragazzi passano sotto di te alzando la Coppa, e la calca è tale che senti improvvisamente la ringhiera cedere, riesci a rialzarti di scatto e la vedi piegata in avanti di una ventina di centimetri. Hai rischiato l’ osso del collo, o forse solo un bagno, ma sei troppo felice per rendertene conto. Ora vuoi solo il corteo verso Recco, e la sclacsonata per tutto il Golfo, incurante del freddo, ebbro di gioia come nemmeno l’ anno prima per Pablito Rossi e Italia-Germania. C’è più gusto a vincere quando sei piccolo…

Questo accadeva il 3 dicembre del 1983. Sono passati esattamente 25 anni, ma lo ricordo come fosse ieri, e dove non arrivano i ricordi c’è la telecronaca di Giorgio Bubba gelosamente custodita. Perchè; Genova 2003 è stata una cavalcata, Milano 2007 una vittoria apparentemente annunciata, Barcellona 2008 la tregenda, ma le emozioni di Albaro non hanno eguali. E ancora oggi quando varco la porta a vetri che si apre sulla terrazza per un momento chiudo gli occhi e rivedo quella sera. Indimenticabile.

Vuoi dire la tua?

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...