La Seattle degli anni ’80

La scena di Seattle, anni ’80

1 – i Queensryche, 1981-1994

Prima che gli occhi del mondo la identificassero con i Nirvana, Seattle fu la culla di un cospicuo numero di gruppi metal negli anni ’80; gruppi che hanno lasciato una loro traccia nella storia di questo genere,altri forse più oscuri ma comunque validi. I più famosi sono ovviamente i Queensryche, nati nel 1981 e apparsi sulle scene discografiche con l’EP “Queen Of The Ryche” un anno dopo. Fu quel che si definisce un caso discografico: un vinile autoprodotto con quattro brani che vende 60.000 copie non poteva passare inosservato. La più rapida ad assicurarsi i ragazzi prodigio fu la EMI che ripubblicò subito QOTR con l’aggiunta di “Prophecy”. Il passo successivo fu  commisurato alle attese: per il primo vero LP i ‘Ryche andarono a Londra a registrare con James Guthrie e Michael Kamen, due tra i nomi più importanti in circolazione e ben al di là dei confini metal. Ne uscì “The Warning”, disco epico, in alcune parti quasi solenne, con un uso delle voci e dei cori molto lirico e una gran classe strumentale, l’intervento dell’orchestra a cura del maestro Kamen e alcuni brani da subito grandi classici come “Take Hold Of The Flame”, la title-track, “NM156” e la lunga “Roads To Madness”.
Quando tutti erano ormai d’accordo sull’affibbiare ai cinque americani l’etichetta di “epic metal” ecco la prima delle tante mosse a sorpresa: “Rage For Order” (1986) sterzava verso le contaminazioni elettroniche con un sound decisamente più “tecnologico” del classico impatto metal delle due opere precedenti. L’uso delle tastiere, la voce di Geoff Tate che lo consacrava come uno degli interpreti più espressivi e duttili in circolazione fanno di RFO un disco che non può mancare nella discografia di chiunque si ritenga un amante del metal. Si tratta di un’opera dallo strano impatto iniziale, ai limiti del barocco ma di classe assoluta, nella quale spiccano gemme come “Walk In The Shadows”, “London”, “Neue Regel” (secondo atto di una trilogia dedicata alle macchine iniziata con “NM156” e che si chiuderà otto anni dopo con “My Global Mind”) e la “strana” cover di “Gonna Get Close To You” della canadese Lisa Dal Bello. Guardando oltre la forma esteriore si riconosce però il marchio di fabbrica dei Queensryche, l’uso magistrale delle due chitarre di Chris DeGarmo e Michael Wilton e degli intrecci vocali, caratteristica che in parte sopravviverà anche agli anni più bui del gruppo.
Altri due anni di attesa per arrivare al disco che più di ogni altro si intreccerà ai destini della band: era il 3 maggio del 1988 quando sugli scaffali faceva la sua apparizione “Operation: Mindcrime”. Un concept album non particolarmente complesso quanto alla vicenda narrata che i ‘Ryche interpretano con una nuova svolta al loro suono: lasciata da parte la classe e la cura dei particolari di RFO ecco un’opera scarna, quasi spoglia anche nell’artwork, con suoni che vennero definiti “urbani”, molto diretti, perfettamente funzionali alla storia. E’ un disco “politico”, il primo in cui Geoff Tate inizia a dire la sua sul mondo esterno, si parla di corruzione, di rabbia, di droga, di rivoluzione in un’ora di musica che ipnotizza l’ascoltatore fin dal primo attimo. Logica conseguenza del disco sarebbe stata la rappresentazione live, ma questo avverrà solo più tardi, addirittura la prima mossa commerciale legata al disco, la VHS “Video: Mindcrime” è un live in studio incompleto, più raccolta di videoclips che altro. Il disco fu triplo platino negli USA, e portò la band alla notorietà definitiva, tanto che il successivo “Empire” scalò le classifiche di Billboard, ottenne l’appoggio di MTV e li trasformò in una arena-band, fuori dalla polvere dei club.
Rispettando per l’ultima volta la regola dei due anni, “Empire” uscì nel settembre del 1990 e fu ancora una sterzata: un disco maturo, con un’occhio al grande pubblico ma senza mai scendere nel banale, col ritorno ad una produzione impeccabile e un piccolo gioiello quale “Silent Lucidity” da usare come grimaldello per aprire le porte di MTV (il videoclip vinse il “Viewers’ Choice Award” agli MTV Awards del 1991) e dell’airplay non più delle radio universitarie ma dei grandi network.  “Empire” marca anche il loro primo vero tour in Europa, dopo alcune apparizioni negli anni precedenti soprattutto come openers: per Bon Jovi nel tour di RFO e per i Metallica ai tempi di OM (per la cronaca, avrebbero dovuto essere opener dei Metallica il 16 ottobre del 1986 a Milano, se l’alba del 27 settembre non ci avesse portato via Cliff Burton); fu un tour importante perché la scaletta prevedeva, finalmente, l’esecuzione integrale di Operation: Mindcrime, con tutta l’effettistica originale e la partecipazione di Pamela Moore che nel disco interpretava Sister Mary, che venne poi filmata per “Operation: Livecrime”. Ancora oggi ricordo quel concerto come uno dei tre più belli a cui abbia mai assistito.
“Empire” fu un punto di svolta cruciale per i Queensryche, con effetti che in parte si videro subito, in parte si manifestarono solo qualche anno più tardi. Il lungo tour, il successo, resero necessario uno stop per prendere respiro. Si interruppe così la cadenza biennale e per un nuovo disco si dovette attendere il 1994, quando a metà ottobre uscì “Promised Land”. Tanto “Empire” era un disco facilmente godibile anche da chi non fosse abituato al metal, tanto il nuovo disco risultava difficile persino per i fans. “Promised Land” è un’opera velata di una triste paranoia, oscura e introspettiva quanto il Roger Waters da “Animals” in poi, e però rappresenta uno dei dischi più emotivamente coinvolgenti non solo della loro produzione ma dell’intera decade. Supportato da una resa live in cui Tate dava sfoggio delle sue abilità teatrali, forse meno note di quelle vocali, “Promised Land” fu per molti versi il canto del cigno dei Queensryche, un lavoro che seppur con quattro anni di ritardo chiuse la fase ottantiana della band senza peraltro fare da ponte verso i nuovi lidi. Lette oggi risultano profetiche le parole della conclusiva, struggente “Someone Else”:

From where I stand at the crossroad’s edge
There’s a path leading out to sea
And from somewhere
deep in my mind
sirens sing out loud
songs of doubt
as only they know how
But one glance back reminds, and I see
someone else, not me

I keep looking back
at someone else….me?

A undici anni di distanza, queste parole fanno un triste effetto. Dal successivo “Hear In The Now Frontier” i ‘Ryche non furono più gli stessi, e le vicende attorno a loro (il fallimento della EMI, l’abbandono di Chris DeGarmo, i problemi di voce di Geoff Tate) non hanno certo aiutato la band. Rimane l’importanza assoluta dei loro primi sei lavori a marcare la posizione dei Queensryche come una delle band più grandi di questo genere musicale.

Queensryche

Geoff Tate – voce, tastiere
Chris DeGarmo – chitarre
Michael Wilton – chitarre
Eddie Jackson – basso
Scott Rockenfield – batteria e percussioni

2 – i Metal Church, 1985-1991

Laddove i Queensryche partivano dall’epico per evolvere verso prodotti di gran classe, nella medesima Seattle qualcuno dirigeva la prua verso l’assalto frontale. I Metal Church sono da considerare fra i capiscuola del movimento Thrash, alla pari con nomi come Testament, Megadeth, Anthrax; diversamente dagli altri citati hanno sicuramente avuto meno fortuna e lunghe pause nella loro carriera, ma la fase “eighties” non gli è artisticamente inferiore, e in special modo i primi due lavori sono da inserire a pieno titolo nella discografia essenziale del genere. Fondata da Kurt Vanderhoof, chitarrista e compositore principale, la band esordì nel 1985 con un album auto-intitolato che fece incetta di recensioni positive sulle riviste specializzate. In Italia fu come al solito Beppe Riva, giornalista di cultura e orecchio non indifferenti, a cogliere le potenzialità della Chiesa del Metallo. L’opener “Beyond The Black” sembrava riprendere “Queen Of The Ryche” esplorandone il lato oscuro e puntando sulla solidità sonora piuttosto che sulle barocche costruzioni dei ‘Ryche, grazie soprattutto all’aggressiva timbrica del cantante David Wayne (scomparso il mese scorso, purtroppo). La seguente “Metal Church” approfondiva la transizione, completata dal classico “Gods Of Wrath”: in questi tre brani è raccolto il manifesto musicale dei Metal Church, ritmiche serrate, pochi svolazzi e molta concretezza, atmosfere sempre cupe. A chiudere l’album anche una dignitosa cover di Highway Star, che fa uno strano effetto se si prova a collegarla al disco successivo.
In effetti “The Dark”, pubblicato nel 1986, si presenta all’ascoltatore con lo stesso rilassante effetto di un treno in faccia: l’opener “Ton Of Bricks” già dal titolo mette in chiaro le intenzioni, grazie ad una produzione decisamente migliore rispetto a quella del disco d’esordio. L’unico momento di riposo in mezzo al diluvio è rappresentato da “Watch The Children Play”, musicalmente parlando ideale continuazione di “Gods Of Wrath”, il resto è assalto all’arma bianca, con le ritmiche stoppate in sedicesimi che rappresentavano il marchio di fabbrica del periodo, una sezione ritmica compatta e la tagliente voce di Wayne. Da segnalare in particolare la title-track e la potentissima “Burial At Sea”. Forti di questi quarantacinque minuti di pura potenza i Metal Church partirono in tour con i Metallica, dapprima in Europa e poi negli USA, ottenendo ovunque grandi consensi: a Milano arrivarono il 21 gennaio del 1987 e con grande sorpresa trovarono il Palatrussardi che cantava con loro “Watch The Children Play”. Il grande passo sembrava dietro l’angolo, e invece…..

Invece successe qualcosa e l’ingranaggio si inceppò. David Wayne lasciò e venne sostituito da Mike Howe, mentre Kurt Vanderhoof uscì dalla formazione ma rimanendo come compositore e fu sostituito da John Marshall, conosciuto guarda caso durante il tour con i Metallica nei quali aveva il ruolo di roadie di James Hetfield. Per un nuovo disco bisognò attendere fino al 1989; l’album si intitola “Blessing In Disguise” e la band sembra tornare sui suoi passi, i suoni sono più vicini a quelli del disco d’esordio, le atmosfere sono meno devastanti di quelle di “The Dark”. Il risultato è in realtà positivo, ma necessita di qualche ascolto in più. E’ peraltro vero che “The Dark” era un disco senza via d’uscita: o si proseguiva su quella strada rischiando la monotonia o si tentava una svolta. La svolta si leggeva nei brani più articolati, nella ricerca di momenti di maggior respiro, ma non venne compresa dal pubblico: erano passati tre anni, e il mondo thrash era cambiato molto più velocemente dei suoi ritmi, nuove parole d’ordine erano ormai sulla bocca degli adepti dell’oltranzismo fatto musica, gli Slayer due anni prima avevano definito lo standard con l’apocalisse sonora di “Reign In Blood” e i Metal Church si trovavano ormai “declassati” a power metal e superati nel favore dei fans dalla nuova ondata del black.
La reazione arrivò nel 1991 con “The Human Factor”. Se la copertina concorre al titolo di peggior artwork del secolo (addirittura i testi riportati non all’interno ma sul retro), i contenuti sono invece degni di nota. Lo stile del precedente lavoro viene riproposto in maniera un po’ più aggressiva, anche nei testi, e l’impatto è decisamente notevole, con menzioni particolari per la title-track, “The Final Word” costruita come due canzoni una dentro l’altra, “In Harm’s Way”. Fedeli al loro stile, i Metal Church sfidarono un mercato in cui tutti quanti cercano nuove direzioni, e improvvisamente sparirono nel nulla. Dispersi in mille progetti personali non se ne avrà notizia fino al 1999, quando tenteranno una reunion con “Masterpeace”. I tempi di “Ton Of Bricks” sono lontani ormai…

Metal Church

David Wayne – voce in “Metal Church” e “The Dark”
Mike Howe – voce in “Blessing In Disguise” e “The Human Factor”
Kurt Vanderhoof – chitarra in “Metal Church” e “The Dark”
John Marshall – chitarra in “Blessing In Disguise” e “The Human Factor”
Craig Wells – chitarra
Duke Erickson – basso
Kirk Arrington – batteria

3 – gli altri

Oltre ai due “mostri sacri” già trattati, Seattle sfornò in quegli anni un discreto numero di altre band che fecero parlare di sé. Questa è una rapida carrellata sui nomi più importanti.

Ai TKO spetta la palma dei precursori, non solo per l?anno del loro primo lavoro ma per aver aperto oltre alla Seattle Scene anche la serie dei problemi che furono una costante di tutte le band di cui stiamo parlando. Nel 1979 pubblicarono il loro primo lavoro “Let It Roll” con la Infinity Records, che fallì pochi mesi dopo lasciando la band in braghe di tela. Per avere un nuovo album pubblicato dovettero pazientare fino al 1984, anno di uscita di “In Your Face”, stavolta sotto il marchio di quella Music For Nations che in quegli anni era l’etichetta europea più attiva. Il disco aprì loro le strade dei grandi palchi, seppur solo come openers di grandi nomi quali Foreigner, Ted Nugent e Dio. Fra avvicendamenti nella formazione e un nuovo cambio di casa discografica arrivò nel 1986 “Below The Belt”, canto del cigno di un gruppo che forse non ci aveva creduto fino in fondo. L’anno dopo ognuno dei componenti si ritagliò un’attività lavorativa e il nome TKO restò solo come chimera per periodiche reunions che non diedero mai vita a nuovi album.

TKO
Brad Sinsel – voce
Rick Pierce – chitarra (1979-1981)
Adam “Bomb” Brenner – chitarra (1980-1982)
Kjartan Kristoffersen – chitarra (1984-1986)
Mark Seidenverg – basso (1979-1981)
Evan Sheeley – basso (1981-1984)
Scott Earl – basso (1984-1986)
Darryl Siguenza – batteria (1979-1981)
Gary Thompson – batteria (1981-1984)
Ken Mary – batteria (1984-1986)
Michael Alexich – batteria (1986)


Più fortuna (e fama) toccò ai Q5 (una delle poche band ad ammettere candidamente che il loro nome non significava assolutamente nulla). Nati da una costola dei The Core, furono fondati da un nome decisamente noto ai chitarristi di tutto il mondo, un certo Floyd Rose (sì, proprio l?inventore del ponte per chitarra che porta il suo nome), esordirono nel 1984 con “Steel The Light” , che gli aprì le porte dell’airplay delle radio indipendenti. I Q5 erano in quegli anni una band che dava il meglio dal vivo, uno di quei gruppi che letteralmente buttavano giù dal palco gli headliners di turno. E anche per loro il fato era in agguato: alla vigilia di un tour europeo il batterista Gary Thompson (ex-TKO così come il bassista Evan Sheeley e il chitarrista Rick Pierce) ebbe un incidente sciando. La decisione da prendere era dura, e la band fece prevalere il senso dell’amicizia rinunciando all’Europa e scegliendo di cominciare a scrivere nuovi brani in attesa che Thompson si riprendesse. Bel gesto, senza dubbio, ma fu la prima di una serie di scelte sbagliate che minarono la loro via; al rientro del batterista decisero di andare in studio anziché in tour, e per il nuovo lavoro fu deciso di “tradire” le loro radici molto legate alla NWOBHM e puntare su un suono più commerciale. Il risultato fu “When The Mirror Cracks” (1986), accolto dalla critica con pareri discordi: la capacità di scrivere c’era ancora tutta, ma il suono si era ammorbidito forse troppo. Per loro apparente fortuna (una delle ultime) il disco piacque a Cliff Bernstein, boss della Q-Prime (il management dei Metallica, per citare un nome) e questo gli permise di ottenere un contratto con la Polygram. Presi dall’entusiasmo i ragazzi si misero subito a scrivere nuovi brani per il loro terzo album, ma quando lo presentarono alla Q-Prime si sentirono rispondere che non andava assolutamente bene, dovevano essere più commerciali. Presi dallo sconforto, i Q5 si resero conto di aver gettato alle ortiche la loro solida reputazione live per  scrivere due album uno dei quali non sarebbe probabilmente mai stato pubblicato, e lo scioglimento fu la triste, logica conseguenza. Dalle ceneri dei Q5 nacquero alcuni anni dopo i Nightshade, ma ormai Seattle era caduta sotto la dittatura del grunge.

Q5
Jonathan K. – voce
Floyd Rose – chitarra
Rick Pierce – chitarra
Evan Sheeley – basso
Gary Thompson – batteria



Già più mainstream fin dalle origini furono invece i Fifth Angel, tipico esempio di ottima band che non riesce a fare il grande passo. Due lavori fra il 1986 e il 1989 non andarono oltre un generale apprezzamento da parte della scena underground, e nè il contratto con la CBS per il secondo album “Time Will Tell”  né l’aver realizzato la sigla del famoso Howard Stern Show valsero loro la notorietà che avrebbero meritato. Voci di una reunion si inseguono da anni, ma senza alcuna conferma ufficiale.

Fifth Angel
Ted Pilot – voce
Ed Archer – chitarra
James Byrd – chitarra su”Fifth Angel”
Kendell Bechtel – chitarra su “Time Will Tell”
John Macko – basso
Ken Mary – batteria


Gli Heir Apparent sono da considerarsi invece la grande incompiuta di Seattle. Il loro primo album “Graceful Inheritance” (1986) è stato per anni il disco col maggior punteggio (49 su 50) nelle recensioni dell’edizione tedesca di Rock Hard. Potente, epico, con testi molto più intelligenti della media, GI fece breccia soprattutto in Europa. Sembrava che dopo ‘Ryche e Metal Church fosse finalmente tempo per un’altra band di Seattle di raggiungere le vette. Invece i problemi di ego fin troppo sviluppato del chitarrista e fondatore Terry Gorle segnarono il gruppo che attraversò una piccola rivoluzione col cambio del cantante Paul Davidson, l’inserimento di un tastierista e di fatto l’estromissione di Gorle, che nel successivo “One Small Voice” ebbe solo i crediti delle parti di chitarra come se si trattasse di un session-man. Peccato perché OSV è considerabile, assieme a “When Dream And Day Unite”,  come una delle basi su cui si fonda tutto il movimento progressive metal. Aiutato da un’ottima produzione, dalla spettacolare estensione di Steve Benito e dagli intrecci vocali di cui il gruppo era divenuto capace, l’album presenta brani di grande atmosfera come l’opener “Just Imagine” e la title-track, momenti epici come in “We The People” o “The Fifth Season” e una notevole cover di “The Sound Of Silence”. Sarebbe stato l’inizio di una grande carriera se….se il tutto non fosse stato farina del sacco di Terry Gorle. Senza di lui le capacità compositive della band assumevano uno spessore ben più modesto, e la combinazione di questo e di problemi legali connessi alla proprietà del nome portarono alla sparizione dalle scene dell’Erede Designato.

Heir Apparent
Paul Davidson – voce su “Graceful Inheritance”
Steve Benito – voce su “One Small Voice”
Terry Gorle – chitarra e voce
Derek Peace – basso
Mike Jackson – tastiere su “One Small Voice”
Ray Schwartz – batteria


Fu un’intuizione di Dave Mustaine a lanciare i Sanctuary, ultimo gruppo di questa carrellata. Dopo averli visti dal vivo decise che meritavano di salire alla ribalta e produsse il loro disco d’esordio “Refuge Denied” (1987) nel quale si concesse un’apparizione solista nella cover della storica ‘White Rabbit’ dei Jefferson Airplane. Il suono del disco rifletteva in pieno quello dei primi lavori dei Megadeth, mentre lo stile del gruppo denunciava chiare ispirazioni da parte di Black Sabbath, Savatage e dai concittadini Metal Church. Mustaine se li portò in tour negli States e in Europa (con un bill formato da Sanctuary, Suicidal Tendencies, Testament e Megadeth che mise a ferro e fuoco il Palatrussardi in una già di suo bollente serata di fine maggio del 1989) contribuendo a far girare un nome che già l’underground aveva eletto a ?”new sensation”. Ma avere a che fare con Dave Mustaine è notoriamente una sorta di roulette russa; perso il suo interesse, i Sanctuary fecero comunque uscire il secondo lavoro “Into The Mirror Black”, più oscuro e complicato del primo e probabilmente destinato ad aprire nuovi territori se solo non si fossero trovati improvvisamente abbandonati al loro destino. Un altro nome dissolto nel nulla, echi dei Sanctuary si ritroveranno qua e là nei Nevermore ai quali hanno dato la notevole voce di Warrel Dane e il basso di Jim Sheppard.

Sanctuary
Warrel Dane – voce
Lenny Rutledge – chitarra
Sean Bosl – chitarra
Jim Sheppard – basso
Dave Budbill – batteria

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